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Mi sono confrontata con un’amica mussulmana per sapere cosa ne pensa  della questione del Burkini. E lei mi ha regalato questo aneddoto molto divertente che riporta la questione in una dimensione più umana e di vissuto quotidiano. Mi ha fatto sorridere e riflettere molto. Buona lettura!.

 

 

Cara, apprezzo molto il tuo interesse e la tua rabbia. In Giordania ho indossato il bikini in piscina e il costume islamico al mare su una spiaggia di Aqaba dove c’erano donne in entrambi i costumi in totale libertà e solidarietà. Sinceramente sono una donna che ha sempre avuto pudore di mostrarsi ma per un cattivo rapporto con il mio aspetto. Questo mi fa ammirare chi si sente libera di mostrarsi e se ne infischia di tutto e tutti. Indossando il costume islamico mi sentivo più a mio agio perché copriva i miei difetti. Ma non coprivo i capelli perché li accetto così come sono. Mi sono arresa al crespo da anni. Ecco…Io lo indossavo per questi motivi e ti racconto un aneddoto:

 

 

Qualche settimana fa sulla spiaggia di Aqaba. Metto il costume islamico ma non copro i capelli. Accanto al mio ombrellone due europee in bikini che poi si immergono con le bombole , dall’altro lato 3 o 4 donne col burkini. Sorrisi tra tutte e cordiali saluti. Ci sono anche gli uomini che non si filano nessuna.
Le donne musulmane mi parlano del più e del meno. Poi mi chiedono”ma perché metti il costume islamico” e io “mi trovo più a mio agio. Mi copre cellulite e difetti. Lo indosso per coprire quello che di me non mi piace”.

E una di loro mi chiede un po’ ironica:

 

“perché i tuoi capelli ti piacciono?”. 

 

mafalda-spettinata

 

 

Poi, la mia amica,  aggiunge una cosa di fondamentale importanza:

Io credo sia fondamentale promuovere incontri con chi decide liberamente di indossare il velo. Sono le loro parole che convinceranno tutti, che nella maggior parte dei casi,si tratta di una libera scelta.

Io sono musulmana. Convertita nel 19xx.  Liimam della moschea con il quale collaborò non mi ha mai chiesto di indossare il velo. La mia testa scoperta non impedisce all’amministrazione della comunità di propormi collaborazione e coinvolgimento.

 

E allora io mi chiedo: ma di cosa stiamo parlando?.

 

Mi sembra ci si arroghi il diritto di raccontare culture altre, di descrivere le vite che appartengono ad altre persone, per calarle in un quadro più congeniale e renderle “vittime mute da salvare” attraverso l’importazione autoritaria, di norme, usi e costumi che stabiliscono come sia giusto o meno vivere.  Come qualificare invece queste donne, tante, che raccontano altre realtà del loro quotidiano, in maniera così genuina e semplice?.Donne che sfuggono e scavalcano i confini che l’occidente ha disegnato loro e  in cui le si vuole cacciare dentro?.  Non sono vittime. Sono donne che sanno il fatto loro, che riescono a raccontare i loro limiti, e le loro rivendicazioni in maniera chiara, senza chiederci aiuto, ma solo solidarietà e un po’ di spazio su questa terra, sul bagnasciuga.

 

sorellitè
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