Tag

, , , , , , , , , ,

 

Per almeno dieci anni ho provato la sensazione di non sentirmi mai sola, di stare in una culla. È stata una delle presenze più importanti della mia vita. Una presenza silenziosa, un fantasma, un impulso, qualcosa che mi scuoteva l’anima. Lo desideravo tanto, gli volevo bene, gliene voglio ancora.
Era rassicurante sapere che in mezzo a una folla di gente c’era anche lui. Una volta mi ha scritto “ti riconoscerei in mezzo a un milione di persone” ed era vero.Perchè anche io avrei scovato i suoi occhi in mezzo a tanta gente. Sempre. Quando c’era anche lui in un luogo, in un bar, a una festa, in biblioteca mi prendevano fuoco le guance, avevo dei crampi allo stomaco, stavo male, mi cedevano le gambe, avrei quasi pisciato senza controllo. Provavo delle emozioni fortissime, contrastanti. Bruciavo, mi faceva ribollire il sangue. Ci salutavamo con uno sguardo e il mondo poteva anche crollare, e la gente poteva continuare a ballare, riempire i vuoti di parole, grida, musica, o morire d’ indifferenza. Perché dentro di me si scatenava l’inferno e il paradiso, la morte. Era la mia droga, e siccome vivevo veramente in un inferno di anafettività, nell’incomprensione degli adulti che scarseggiavano di empatia , la sua presenza mi sballava e mi consolava. Identificavo quello che sentivo, come un modo per poter sopravvivere, e per potermi consolare. Vivevo una vita precaria, fatta di carità affettiva, di povertà costante. L’adolescenza è stata difficile, ma anche il post- adolescenza.

Ero in balia delle mie emozioni, così viva, accesa, tormentata e così disorganizzata, innamorata, in costante astinenza, con la voglia di consumare tutto, di farmi consumare. Perché nulla aveva valore,tranne gli ormoni, tranne la pelle e i pori che si dilatavano. sentivo morire le parole in gola. Era un ultimo tango e quello che veniva espresso dai nostri organi, il cuore, i polmoni, l’intestino era commovente.

La vita poteva colpirci con la sua violenza ma mi sentivo al sicuro se fra tanti, con la giusta distanza, c’era anche lui. Mi ero abituata a questo, chiamiamolo amore, o forse fratellanza. So solo che gli volevo bene. Lui volava alto con il pensiero, guardava oltre la finestra, era un’anima solitaria e io sentivo tutto questo e lo condividevo. Ma era anche sporco, umano, carnivoro, focoso, bugiardo e ci siamo spezzati la carne, ci siamo mostrati le arterie a vicenda, pure le viscere, pure la merda. Sentivo una sorta di solidarietà comune nel desiderio di spezzare le catene, le tradizioni,nel porci delle domande, nel non essere mai saziamente felici. È stato un lento percorso verso noi stessi e ci siamo accompagnati per non smarrici, per poter rendere vera la nostra esistenza, per non morire dentro la banalità del male dei burocrati e dei burattini, di chi non pensa, e conduce una vita privandosi dell’identità di persona e cercando di privarne gli altri.
E’ stato un “sermais”, un andare oltre me stessa, non avevo paura del passo a gamba tesa  verso l’ignoto, perché non era una passeggiata solitaria  al mondo,un po’ distante ma qual tanto da riuscire a sentirlo, c’era anche lui. Ma il fatto è che avrei condotto quella strada purchè ci fosse anche lui, e in quel modo castravo la mia autonomia e penso anche la sua.
La vita dopo di lui, quando se ne è andato, si è sposato, ha cambiato paese, è stata violentissima per me. Abbiamo chiuso la nostra”amicizia”in malo modo, mi ha tramortita.
Ho dovuto affrontare molte paure da sola, chiudere relazioni senza ricorrere a lui, al suo affetto, senza potergli scrivere, per poter trovare una semantica del dolore, per esorcizzare le angosce, trasformare i significati, rassicurarci sul futuro.

Come te, nessuno mai. Era questo.

Mi sarei negata l’amore, auto-mutilata. Io credevo fosse insostituibile.L’amore per lui era unico, adolescenziale, struggente, cattivo, violento. Lo difendevo con le unghie e con i denti. Ma mi negavo anche la possibilità di poter affrontare la vita, di poter ricevere altro, di crescere. Io non volevo crescere e soprattutto avevo tanta paura di crescere senza di lui. Solo ora capisco che come esser umano lui è insostituibile, e lo è anche dentro di me. Ma mi sono regalata, permessa di amare ancora. Posso accogliere dentro di me più amori, più storie.
Per anni , in una lunga relazione, diciamo epistolare, abbiamo intrecciato le nostre biografie, abbiamo affrontato gli anni più belli insieme, l’adolescenza, i tumulti, l’amore per il proprio sentire, l’affacciarsi all’età adulta, il lavoro, la precarietà. Abbiamo trasformato il vissuto in un racconto e io sento di avergli donato parte della mia storia, sento che mi ha aiutato a comporre delle parole e queste parole le ho scritte a lui. Tanto che quando è scomparso da un giorno all’altro dalla mia vita io ho provato un vuoto incredibile e mi sono chiesta per tanto tempo a chi avrei potuto raccontare la mi storia, il mio quotidiano. Chi avrebbe potuto custodire le mie parole?.
Abbiamo sperimentato il nostro egoismo l’uno sull’altro, la nostra possessività, le parti più becere di noi, ci siamo offesi, ci siamo scritti addio,vaffanculo, arrivederci. Poi ci siamo arresi a una cosa che non ho mai saputo definire. Sapevo solo che lui era speciale per me e io per lui e ho imparato a convivere con questo.Abbiamo esercitato la paura dell’abbandono l’uno sull’altro mille e mille volte ma non c’era abbastanza intenzionalità e forse ci siamo costruiti una gabbia d’orata dove rinchiuderci per non dover soffrire. O forse non è stata una gabbia perché io ho condotto una vita abbastanza normale, ho intrapreso altre relazioni, intrecciato affetti, vissuto. E anche lui ha vissuto altro. E ce lo raccontavamo.

Era la mia rete di salvataggio e io la sua. E quando se ne è andato brutalmente(perché solo in questo modo poteva essere chiusa una relazione come la nostra) io mi sono lanciata dal trapezio, ho reagito violentemente, con tutta la rabbia cieca che avevo dentro e quando sono caduta, mi sono fatta tanto, tanto male. E’ stato in quel dolore profondo, che mi ha scavata, che ha spezzato la mia vita, che ha interrotto una linea, per ricominciarne una altra che, tuttavia ,mi ha salvata,mi ha resa umana. Non è stato lui a farmi male, mi sono fatta male, cadendo e dovevo cadere, dovevo soffrire, senza consolatori, senza di lui, nella solitudine,nella noia, senza compassione da parte di nessuno, nei vuoti, nelle mancanze. Dovevo in qualche modo morire, uscire dall’inferno e risorgere.
E vuoi mettere risorgere?. Cit. il Paz-
Ho cancellato ogni cosa. Ho cancellato tutto ciò che ci siamo scritti in dieci anni, tra i 16 e i 26 anni. Ho cancellato tutte le foto. Sono stata ingenua. Pensavo che i ricordi risiedessero nelle tracce materiali. E invece è nel dialogo che ho con me stessa, nella memoria, nelle radici della mia umanità, nel mio volto, nel modo che ho di spostare la bocca quando sorrido che fiorisce ciò che oramai è stato segnato nella mia storia. E cancellare è stato come mentire, e mentire a sé stessi è un tradimento che implica il dover fingere, il dover portare una maschera. Mentire non ti permette di essere autentica.
la vita è fatta anche di mancanze, nostalgie, rimpianti e la sincerità per quanto crudele è onestà verso se stessi.

Annunci