Il mondo mi appare troppo rumoroso, sono infastidita. Mi piacerebbe che le voci formassero rivendicazioni e emancipazioni invece sono solo parole usate per riempire uno spazio, per unirsi in una morale, nel bisogno di fare a pezzi qualcuno. O per parlare del tempo, del cibo, delle mezze stagioni. E’ una produzione costante di parole che formano un mare di spazzatura all’interno del lessico quotidiano.
Ad esempio mi parlano di fame, e mi dicono che, no anche se sei povero/immigrato/mussulmano, la pappa italiana non la butti, perché se no vuol dire che non hai fame. Mi parlano di fame ma non hanno mai provato cosa significa avere fame. Si parla di cose di cui non si ha ricordi percettivi,solo tante chiacchiere.
Mi ritrovo involontariamente a relazionarmi con persone che spesso mettono davanti a loro la propria appartenenza politica o la loro morale, il diritto ad inquisire,ma mai,davanti a loro ,vedono l’essere umano che colloquia con loro.
E l’unica cosa che gli interessa è vomitarti addosso il loro pensiero. A volte mi sono sentita come se mi avessero pisciato addosso contro la mia volontà.
Mi sono accorta improvvisamente accorta che le persone si relazionano attraverso un codice morale, quello che mette d’accordo tutti, che in Italia è l’odio nei confronti dello straniero. Gli italiani non sono razzisti, sono xenofobi. E’ un modo anche per fare amicizia e spalleggiarsi, sentirsi uniti contro un pericolo. Uniti per proteggere un bene superiore. Da schiacciare con la ruspa.
E’ iniziato lentamente poi in modo sempre più prepotente, fino a quando, un giorno mi sono svegliata e mi sono accorta di sentirmi io fuori posto, a sentirmi costretta alla solitudine. A non stare bene nei luoghi principali della società civile.
Ho bisogno di respirare, di annoiarmi, di lasciare che i miei pensieri divagano stesa sul divano a fissare il soffitto bianco. Ho bisogno di dialogare con me stessa e ripercorrere i miei ricordi, lasciare che le immagini mi scorrano negli occhi. Non posso più sopportare questo brusio di fondo, questo parlare a vuoto, per riempire la solitudine e cercare di consolare le paure. Gettatevi nel vuoto per Dio!. Gettatevi nel silenzio, dentro le vostre inquietudini, guardate quanto siete imperfetti, immaturi,angosciati. Arrendetevi all’angoscia, urlate se necessario, mostrate la vostra pazzia, le vostre cicatrici, il vostro dolore è ciò che vi rende umani. Andate incontro disarmati verso chi vi fa paura, abbandonate l’orgoglio e la superbia.Abbandonate i vestiti e le maschere. Ribellatevi al personaggio che interpretate. Risorgete. Fatevi ungere da un po’ di degrado. Vi sentirete tutti meglio.
In Italia, si riempie la noia con discorsi xenofobi. E’ un esercizio continuo. Solo che questo esercizio è drammaticamente svolto ovunque. In bar, in autobus, a lavoro, non importa.Perché è scontato che il pensiero sia unico,che gli altri la pensano come te, non c’è il desiderio di scambiare un opinione ma solo la prepotenza di esternare la propria irragionevole rabbia. Ed è questo che spesso e volentieri provo. Perché mistificando il valore della libertà di espressione io mi sento invasa, nel mio bisogno di silenzio, nella mia ricerca di contesto e del modo in cui affrontare determinati argomenti. Non parte sempre da esperienze dirette ma da una costruzione esterna dell’immaginario trasmessa alla collettività. Quindi la rabbia spesso è costruita attraverso una cattiva capacità di analisi delle informazioni che riceviamo.
E io mi sento colonizzata molto più da questo farneticare continuo che da qualsiasi miserabile che cerca fortuna in questo paese. Sento invadere il mio spazio, la mia intelligenza, la mia libertà. Mi sento buttare addosso rabbia gratuita, senza nessuna radice concettuale. State rivendicando il nulla. Rivendicate l’inesistente.
Buona noia a tutti.

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