Tag

, , , , , , ,

Ci sono persone che non sanno di essere fasciste.  Non si rendono conto che, quello che fanno ,è un atto fascista.

Pensano al fascismo come ad un evento storico isolato. Pensano all’intera storia in questa maniera, in compartimenti stagni, ogni evento slegato dall’altro, nessuna lezione da trarre, qualcosa su cui riflettere.

Solo un immaginario stereotipato e folcloristico. Un ricordo, quasi un sogno. Qualcosa di lontano che è successo ma di cui non ci si sente per nulla responsabili.

Ci sono questo tipo di persone, che “non” sono razziste, ma:

E le malattie portate dagli immigrati? E mio figlio in che asilo lo metto che è pieno di bambini stranieri?, Capisco che vada di moda essere gay ma devono proprio baciarsi in pubblico?.  E via di questo passo.

Insomma, c’è chi non sa di essere un po’ fascista, chi invece lo sa e lo rivendica. E quel “un po’ fascista”,quel moderatismo è strisciante fascismo dell’individuo medio che con un colpo al cerchio e uno alla botte, dice tutto e non dice nulla. Ha fatto propria un ‘omertà di linguaggio,che non produce niente. Nulla che si possa sognare,liberare,far volare,universalizzare. Niente che abbia una misura umanizzata,reale,indagatrice.

Negli ultimi anni ho visto radicalmente cambiare la mia città. La gente è sempre più intollerante, arrabbiata,impaurita,disillusa. Direi infantilizzata.

Ho visto l’isola di cemento del mose. Un signore di una certa età, mio conoscente, mi ha gentilmente portata in barca a vela per mostrarmela. Mi ha detto che prima di quella colata grigia ,c’era tanto verde, un bellissimo paesaggio e ora invece c’è un isola che è un blocco di cemento inguardabile e a me i blocchi di cemento mi fanno venire i blocchi nella testa,mi uccidono l’immaginazione. Bisognerebbe andare a sporcarlo quel cemento per dargli colore,un minimo di umanità. E sono tanto arrabbiata; tanto, tanto arrabbiata  perché non ho mai potuto vederlo quel paesaggio meraviglioso. Dovevo nascere prima del mose.

Certe cose mi vengono solo tramandate oralmente e mai le vedrò.

Sai li c’era tanto verde e camminavamo scalzi, si faceva il bagno in canale e non rischiavi di essere arrestato.Mi racconta mia madre.

Alla mia generazione rimangono pochi paesaggi,da guardare per un po’ di speranza gratuita.

Mi aggrappo a quelle albe invernali, nel canale Giudecchino, che illuminano i magazzini del sale e la punta della dogana.Quelle albe salmastre,appiccicose e nebulose.  E vi giuro che qualsiasi cosa debba fare durante la giornata, niente crepa la bellezza già assorbita dentro agli occhi. Le mura della città sono tutte crepate di vecchiaia ma la loro bellezza dentro alle pupille non si spacca,non ha rughe,nè tempo.

Venezia è casa.

vorrebbe mettere i tornelli a casa. Nella mia casa,nel centro. I tornelli per entrare a casa. Vi immaginate dei tornelli fra la cucina e il soggiorno?. Io non riesco ad immaginarlo. Già mi chiedo: Sarò ancora degna di vedere San Marco,sedermi sugli scalini dei sottoportici napoleonici, guardare i colombi,la gente,le maschere,il caos,la perdizione di voci,di colori,di flash?. potrò ancora correre con lui di notte, mano nella mano,per lasciare le rose sull’ombra allungata dalla luna al monumento dei tetrarchi?. Mia cara,cara,cara Venezia io entro nei tuoi vasi sanguigni e mi inchino.Fluisco dentro di te come una figlia. A volte mi sono sentita in colpa per non sopportare tanta bellezza. Ora mi chiedo se potrò ancora celebrare Venezia liberamente, scontrandomi con altri corpi,altri volti,per farmi spazio tra le sue arterie,nel cuore,con ritmo,eleganza e rispetto. Caro sindaco, la gente a San Marco deve incontrarsi, scontrarsi,mescolarsi. San marco è la profondità,la vita. San Marco è: la piazza.

In piazza ci stanno tutti, poveri e ricchi,turisti e cittadini,maschi e femmine,onesti e disonesti,brutti e belli,calvi e capelloni,venditori ambulanti e negozianti e il bello sta proprio qui. Ci si incontra in piazza e la piazza ci rende tutti uguali,la piazza appartiene a tutti e la gente si tocca, i poveri toccano i ricchi, gli onesti i disonesti e così via e ci si contamina un po’ tutti, per non irrigidirci, per non morire dentro ai piani di sicurezza urbana, per non morire incastrati tra un tornello,un muro,una paura.

Lo so che io parlo di poesia ed un sindaco non può occuparsi di poesia. Ma venezia è la mia poesia.

E ci saranno altre generazioni a cui sarà portato via un paesaggio, una speranza.La poesia.

E poi capisco che non serve la mia poesia. L’ho capito alla fine di questo scritto. Bisogna ridere. Ci vuole satira. Ci vuole una risata esasperata,disperata,pazza.

Allora mettiamoli ovunque questi tornelli. Mettiamo in sicurezza questa Venezia così aperta,così libera,così puttana. Tornelli in ogni calle, in ogni passaggio, in ogni campo. Dress code ovunque,guai ai piumaggi di petti virili,ai rossetti sbavati su volti barbuti. Bruciamo i libri,vili legami che ci ancorano alle parole,al pensare.

E tutto sarà più ordinato e progressista. Avrà  forma austera,drammatica e letale. E la città d’acqua sarà arida. Forse anche la nebbia sarà bandita e non ci saranno più scuse per cercarsi.

Ho un rigurgito anti-fascista.

Annunci