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Dal Blog di Abbatto i Muri :

In questo video vedete Maggie de Vries, sorella di Sarah, che racconta del suo viaggio attraverso i mondi che la sorella aveva attraversato prima di morire. la sorella per qualche tempo, prima di essere uccisa da un serial killer, aveva lavorato come sex worker. Maggie ha tentato di capire e ha incontrato tante persone che fanno questo lavoro e lottano per i propri diritti. Così ha deciso di supportarle. La traduzione è di Antonella. Buona lettura e buon ascolto.
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Questa è la mia giovane sorella, Sarah.
Sarah ama, amava la liquirizia, gli animali, poteva nuotare per ore come una foca e arrampicarsi ovunque, fino in cima. Sarah arrivò nella nostra famiglia quando aveva undici mesi. Durante la sua infanzia è stata bullizzata per motivi razziali e fu abusata per anni da un vicino, senza che noi ce ne accorgessimo.
Quando fu un po’ più grande andava in centro a Vancouver con i rollerblade e una donna mi disse una volta che le aveva salvato la vita. Quando Sarah iniziò a scappare di casa aveva tredici anni. Quando realizzammo che stava vendendo sesso, quando divenne chiara la sua dipendenza da eroina e cocaina, quando si muoveva dalla parte nord e un po’ ovunque, per tutti quegli anni, dal 1983 fino alla fine di tutto questo, nel 1988, l’unica cosa che volevo è che lei smettesse. Avevo paura e odiavo tutto ciò che apparteneva al suo mondo. Provavo un enorme dolore e senso di colpa, provavo rabbia e mi sentivo impotente per non poter cambiare la situazione, perché lei si rifiutava di fare ciò che era giusto.
Poi, il 14 aprile 1998, Sarah scomparve. Nell’agosto del 2002 il suo DNA fu trovato su oggetti rinvenuti presso la proprietà di un serial killer. Questo criminale è stato nel frattempo condannato alla pena capitale, riconosciuto dalla corte colpevole della morte di sei donne. Durante una intervista ha lasciato intendere che, per raggiungere il numero di cinquanta, gli mancava di ucciderne solo un’altra. Dopo anni di ricerche effettuate sulla sua proprietà, indagini preliminari, indagini durante il processo, la formulazione delle accuse e il processo stesso, mi tuffai profondamente nell’insegnamento e quando scoprii che Sarah era stata abusata sessualmente, scrissi un racconto destinato agli e alle adolescenti, per tutti quelli che avevano sperimentato cosa sia il silenzio che circonda gli abusi.
Poi, qualcosa cambiò: presi coscienza che esiste un movimento, imparai che in tutto il Canada e nel mondo i/le sex workers si battono per i loro diritti. Per la decriminalizzazione del loro lavoro. E mi trovai a voler condividere le loro battaglie. Anni fa, proprio quando mi stavo chiedendo come avrei potuto scrivere e parlare per loro, una donna mi disse “abbiamo bisogno di alleate”. E questo è ciò che voglio essere: un’alleata.
Un modo per poter descrivere il sex work può far riferimento ad una scala, uno spettro di riferimento: qualcosa che va da “scelta condizionata” a “scelta totale”. “Nessuna scelta” verrebbe a trovarsi al di fuori dello spettro di riferimento e quindi nell’area della schiavitù e del trafficking. Sarah era al livello più basso di quella scala e lavorava in strada. Dall’altro lato dello spettro di riferimento ci sono persone che grazie al sex work possono costruire la propria carriera e il proprio successo. Per tutti quelli nel mezzo, approssimativamente il 70%, il sex work è un lavoro. In alcuni casi un buon lavoro, altre volte non troppo buono. Qualunque sia la parte di questa scala di valori che si voglia considerare, va tenuto conto che la criminalizzazione del sex work genera sempre danni.
Molti dei problemi con cui abbiamo a che fare, molte delle ragioni per cui la società cerca sempre di criminalizzare il sex work e di spingerlo ai margini dell’esistenza, deriva, io credo, dallo stigma. Per definizione lo stigma è un marchio di infamia, è disonore, una macchia, è riprovazione, è il marchio della vergogna. Ora, per un momento, considerati i vostri segreti. Quelli che vi fanno vergognare. Considerate le cose che fate o che avete fatto in passato; le cose a cui pensate o a cui avete pensato; ciò che provate o che avete provato. E che non vorreste mai far sapere a nessuno. Ora immaginate questi segreti che diventano visibili. Immaginate che tutti possano vederli.
Io credo che nella nostra società noi facciamo ricadere una enorme parte della nostra vergogna collettiva sulle prostitute. E sto usando questa parola invece che “sex worker” perché proprio la parola prostituta è sovraccarica di vergogna e stigma.
Sarah biasimava sé stessa, perché vendeva sesso. Aveva interiorizzato il nostro stigma. Diciotto mesi prima che Sarah morisse la accompagnai da uno specialista. Una visita preliminare per una operazione chirurgica. Succede che lo studio di questo medico si rivela essere un posto piuttosto chic e che quel giorno la sala d’attesa fosse piena di donne facoltose. Sarah fu a disagio per tutto il tempo dell’attesa. Una volta dentro per l’appuntamento, il medico avrebbe voluto esaminarla, ma Sarah si rifiutò categoricamente. Quello che successe ha a che fare con lo stigma che la nostra società ha mostrato, insegnato a tutti noi. E che non importa quanto quel dottore provasse ad essere disponibile in quel suo studio scintillante: lui e Sarah non riuscirono a ritrovarsi in un limpido rapporto di fiducia, un semplice rapporto medico/paziente. Se ci ripenso mi si stringe ancora il cuore. Immaginate di dover chiedere aiuto su qualcosa che riguarda uno dei vostri segreti. Immaginate di dover entrare nello studio del medico o in una stazione di polizia. E nel momento in cui vi mettete piede tutti quelli presenti conosceranno il vostro segreto e vi guarderanno giudicandovi. Questo vi darà un’idea soltanto parziale di quello che significava per mia sorella rivolgersi a qualcuno per un aiuto.
Subito dopo la scomparsa di Sarah, informai la mia insegnante che mi sarei presa una pausa perché mia sorella era scomparsa. Quell’insegnante mi squadrò e si rivolse a me con alcune domande e poi mi disse “accidenti, vivi sotto un tale stigma!” mi disse. E ricordo la mia confusione, lo shock provocato in me dalle sue parole “Stigma??”. Lo stigma che accolliamo alle sex worker condiziona tutte noi. Ancora oggi offendiamo le donne per come sono vestite. Insultiamo le ragazze e le donne chiamandole “puttane”. Non riusciamo a liberarci dall’idea che se una donna si comporta come una prostituta, si merita di venir trattata come tale. E questo ci porta a una domanda: come meriterebbe di essere trattata una prostituta? Le risposte sono intorno a noi. Pensate a come le prostitute vengono rappresentate nella cultura popolare. Loro sono ai margini e costituiscono l’escalation del peccato umano che porta fino alla stazione di polizia, loro sono il male, sono amorali, sono persone agli angoli di strada seminude, su tacchi alti che si sporgono nei finestrini delle auto. Per avere un ruolo significativo in un film o in uno show televisivo molto spesso una sex worker deve preferibilmente e prima di tutto essere morta. E’ così che le sex workers si vedono rappresentate: quelle immagini, quella conta di corpi ammazzati.
Immaginiamo queste donne in strada, a vendere i loro corpi, circondate da una massa informe di uomini carichi di misoginia. Nessuna meraviglia perciò se non sappiamo veramente chi siano le sex workers in realtà. E dunque come si merita di essere tratta una prostituta? Esattamente nel modo in cui tutti la vedono rappresentata.
Le sex workers vendono servizi, non pezzi di corpo. E quei servizi sono multitasking e si, certo, comprendono atti fisici. Ma anche benessere, accoglienza, conversazione, consigli, semplice contatto. E’ profondamente umiliante dire che le prostitute vendano il proprio corpo, le trasforma in oggetti. Dire questa cosa è anche molto pericoloso, perché quando compriamo una cosa possiamo fare ciò che vogliamo con quella cosa. Ma quando compriamo un servizio, dobbiamo rispettare le regole della transazione e la persona coinvolta nelle transazione che è parte integrante della transazione stessa. Un cliente che fa del male ad una sex worker non sta esercitando un diritto. Anzi: non è nemmeno un cliente. Pensate di prendere un appuntamento con un idraulico che venga a controllare una perdita nella vostra cantina. Questo tizio arriva e suona il campanello e appena gli aprite la porta vi spinge dentro, vi sferra un pugno e vi ruba computer e portafogli. Quel tipo non è un idraulico. E’ un criminale. Allo stesso modo chiunque faccia del male ad una sex worker o che si rifiuti di attenersi alle regole della transazione, non è un cliente, ma un criminale. Quando noi confondiamo i clienti con i criminali, rendiamo le cose più facili per i criminali che potranno farsi passare per clienti e fare danno. Inoltre porta tutti noi a considerare le sex workers unicamente come vittime, perché in questo modo immaginiamo solo incontri non consensuali, quando invece si tratta di incontri consensuali. C’è un’altra questione che merita di essere evidenziata, un’altra norma che accettiamo senza interrogarci ed è l’idea che le sex workers siano responsabili di esporre sé stesse ai pericoli, di rendersi vulnerabili alla violenza. Qualcosa che ci porta a pensare che violenza ed omicidio siano una parte normale della vita di una sex worker.
La tossicodipendenza di Sarah, il fatto che fosse una sex worker, che lavorasse in una zona malfamata della città: nessuna di queste cose è stata la causa della sua morte. C’è stato un uomo che ha deciso di uccidere le donne della sua comunità e lo ha fatto, una alla volta, nel corso degli anni. Nonostante fosse noto alle autorità per aver pugnalato una donna, nel 1997, non fu arrestato se non nel febbraio 2002. Una combinazione tra la violenza di quell’uomo e una mancanza della società: questo ha portato alla morte mia sorella.
Le sex workers dovrebbero avere gli stessi diritti e libertà di chiunque altro e le leggi connesse ad aggressione, stupro, omicidio dovrebbero proteggere le persone che lavorano come sex worker così come qualunque altro individuo in qualunque altro gruppo sociale. Attualmente questo non accade. Nel mondo, come dicevo prima, le sex worker si stanno organizzando. Nel 1985 ad Amsterdam il primo congresso mondiale delle puttane stabilì la carta mondiale dei diritti delle prostitute. Nel 2000 fu creato nel Regno Unito il Sindacato Mondiale di Sex Workers. E centinaia di associazioni esistono in tutto il mondo. (…) L’ombrello rosso è un importante simbolo per i diritti delle sex workers e ogni anno, il 17 dicembre, viene utilizzato per manifestare per quei diritti. In Canada un recente sondaggio ha stabilito che il 70% di sex worker è soddisfatt* del proprio lavoro. Sempre di più queste persone si organizzano e si uniscono. Gli/le alleat* come me esprimono il loro supporto. Sex worker da diverse posizioni di quello spettro di riferimento si confrontano, si parlano, si incontrano come mai era accaduto prima. E in una piccola nazione i/le sex workers hanno raggiunto un obiettivo importante. La Nuova Zelanda ha decriminalizzato il sex work nel 2003 e da allora non hanno avuto un solo caso di human trafficking e il numero delle persone coinvolte nel sex work non è aumentato e soprattutto la qualità della vita per i/le sex worker è migliorata in maniera sostanziale. Ho partecipato a dibattiti pubblici organizzati da gruppi femministi che hanno a lungo lavorato per la decriminalizzazione e parlato con tante sex workers. Alcune cose significative che vale la pena riportare: il sex work è un’attività di cura, così mi ha detto una espertissima madame di Vancouver; io sono utile ogni giorno a tante persone, mi ha confidato una dominatrice; sono entrata in contatto con il sex work come cliente tre anni fa e sono rimasta talmente colpita dall’esperienza che ho deciso di far parte del sex working anch’io, mi ha detto un’altra; un uomo che ha una laurea di livello in materie scientifiche ha deciso di andare in California per studiare il modo in cui il corpo reagisce rispetto al sex work; una troupe australiana ha girato un documentario i cui protagonisti sono una sex worker e due persone con disabilità e della loro interazione, di come queste persone non avrebbero altra possibilità di esprimere la loro sessualità e di tutti i benefici che questo porta loro. Le persone di questi esempi si collocano tutte nella parte privilegiata, la parte più alta di quella famosa scala. Sarah si trovava nella parte opposta. Come ho già detto aveva a che fare con numerose situazioni dannose di diverso tipo. Era parte di una comunità che la conosceva, tuttavia è stata anche percossa e stuprata e alla fine è stata assassinata.
Quando ho ascoltato sex workers di grande esperienza parlare apertamente e con grande tranquillità del significato e del valore del proprio lavoro, ho pianto. Il loro coraggio mi ha portato alle lacrime. In un mondo in cui una sola nazione decriminalizza il sex work, milioni di persone devo nascondere sé stesse e lavorare in segretezza per evitare arresto, prigionia e il giudizio della società. Questo stesso mondo lucra in un modo o nell’altro sulle sex workers. Dobbiamo smettere di spingere le sex workers nell’ombra.
Quello che potete fare:
– ogni anno, il 17 dicembre, in decine di città in giro per il mondo, sex workers e chi le sostiene marciano insieme per dire basta alla violenza contro le sex workers;
– prendete un ombrello rosso e schieratevi come alleate accanto alle sex workers, condividete l’esempio della Nuova Zelanda e spargete la voce che due cose sono davvero necessarie: porre fine allo stigma e decriminalizzare/regolarizzare il sex work.

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