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corviale(27)

L’ascensore saliva al sesto piano di quell’enorme condominio.
Riscendeva nuovamente, per scandire il tempo dei loro baci.
Lei teneva gli occhi chiusi come sospesa tra il rumore degli ingranaggi ed il calore delle labbra. Un odore forte ed antico. veniva dalle pareti a linoleum. E li avvolgeva in un abbraccio fatiscente.
Passavano i pomeriggi in questo modo. Quando non stavano appesi a testa in giù sulla rampa delle scale,si divertivano ad occupare per delle ore l’ascensore, premendo le loro bocche l’uno sull’altra e schiacciando i pulsanti dell’ascensore per ricominciare. Tutti gli inquilini se ne lamentavano e gridavano loro ingiurie. La signora Rosa invece, li attendeva con la scopa in mano cercando di indovinare da dove sarebbero usciti.
D’estate All’ombra di quel condominio iacp (costruzione evidente degli anni ’70), le signore sono solite accomodarsi in giardino e mentre lavorano a maglia o fumano sigarette una dietro l’altra, si infiltrano fra loro i pettegolezzi, come muffa nelle pareti.
Tra chi faceva la prostituita ed è andata in pensione come casalinga e a chi le era morto il figlio drogato, si consolano con il sole bianco, pensando al mare italiano che nessun uomo le porta più a vedere.
In un angolo lurido all’ombra del condominio, sono parcheggiati i carrelli rubati al supermercato coop ubicato nella strada lì vicino. In quell’angolo ai bambini è vietato andare a giocare. Non tanto per la sporcizia ma per colpa degli eroinomani che, utilizzandolo come angolo “del buco” , spesso lasciando i loro aghi per terra, rendono il luogo ancora più triste e desolato.
Dopo i giri in ascensore d’estate si divertivano a prendere i carrelli e lanciarsi dalle rampe per disabili.
A lei è stata diagnosticato uno spettro autistico ed altre paroloni enormi per etichettarle un sorriso che rivolge solo al cielo e ad occhi chiusi quando è estremamente felice. Per etichettarle quegli occhi che spesso e volentieri sfuggono.

E come non fuggire dagli sfratti, dagli sgomberi, dalla povertà, dalla miseria, dalle urla e le baruffe di quel condominio. Come non fuggire dal fango della terra e rimanere sospesi tra il cielo e le pietre?.

Lui invece è solo un ragazzino depresso. Né più e ne’ meno che depresso. Ma abbastanza normale da non considerarlo e prendersi cura di lui.
Si fanno compagnia in mezzo alla miseria lanciandosi dalle rampe o chiudendosi in ascensore.

io sono qui per proteggerti dalle cattiverie del mondo
gli sussurrava lui abbracciandola.
Durante l’inverno si addormentavano spesso nella solitudine delle loro case. Sul divano con una coperta che avvolgeva il loro sorriso. Con le rughe dei sogni e della stanchezza. Si abbracciavano come due conchiglie sotto alla sabbia. Sul tavolo c’erano ancora i piatti del pranzo e le briciole.
Il miagolio del gatto sembrava una canzone triste(avrebbe voluto fuggire da questi due esseri umani ma li amava profondamente).Accanto a loro c’era un alberello ancora imballato che lui le aveva regalato per natale. Lo aveva rubato alla signora Rosa mentre la sfrattavano insieme al figlio,magro come un acciuga e bucherellato in tutte le parti del corpo.
Quando vanno al supermercato per rubare le caramelle prendono direzioni diverse. Si perdono e poi si rincontrano nel reparto ortofrutta. quella volta, lui aveva in mano una pallina di natale trasparente dove all’interno c’era Babbo Natale con una renna di marzapane e glielo ha donato. Lei invece aveva in mano una zucca ma non glel’ha donata,bensì pensava al risotto che le preparava sua madre da bambina. E volle abbracciarla finche’ un commesso non le chiese di riporla. Ciao mamma.
Si guardarono. Come se l’oblio si aprisse intorno a loro e ci fossero solo frutti e verdure  si baciarono. Fra le casse di zucca e le castagne. Il calore del loro bacio ,quasi cucinava quest’ultimi elementi, in un trionfo di colori caldi. Arancio e bruno si mescolavano al profumo di questo amore di questi due pischelli abbandonati l’uno sull’altra.
Durante l’inverno nella solitudine delle loro case si facevano il bagno. Lei amava tenere i vestiti. Lui invece si spogliava tutto.L’acqua bollente appiccicava ogni filo di polvere alle pareti. Non era più possibile respirare. Ed in apnea nelle bocche l’uno dell’altra si stringevano infreddoliti tentando di raccattare uno sull’altro un po’ d’acqua bollette sulla pelle intorpidita dal freddo.
Si schiacciavano le dite sulla carne, si stringevano, si graffiavano. E si guardavano intensamente lontani dal tempo,dalle masse. Perfino da quel bagno e le sue piastrelle rosa vintage.
Le ciglia lunghe e bagnate di lui gli addolcivano gli occhi verdi e intensi.
Il rimmel rigava il volto di lei, come un’attrice alla fine della sua carriera.  Avvolta nel vapore di ricordi tra le lacrime vere e quelle fasulle.
Dopo il bagno bollente erano soliti risvegliarsi come da un sogno troppo intenso.

Lei ripete sempre la stessa frase da sempre e per sempre.  Lo guarda stando fuori dal getto dell’acqua.
mi compri un gelato?
chiude gli occhi e sorride all’insù.

P.S: questa è una storia quasi vera. Ogni riferimento a fatti,persone o cose è puramente casuale.

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