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Tutto avrei pensato. Tranne che sarei rimasta sola. Che un Giorno mi sarei ritrovata in una casa tutta mia. Io che quando vivevo con i mei genitori avevo una stanza microscopica. Una camera condivisa con mia sorella ,dove si mescolava musica,snack e vestiti. E insieme passavamo le nostre ore di libertà a farci scherzi, a parlare di concerti,di libri,delle nostre storie. La guardavo crescere seduta su quel letto a castello. Dall’alto della sua giovinezza matura, l’osservavo seduta alla scrivania, con l’imperativo di una vecchia bambina.
Ho sempre detto che non amo la solituidine. L’ho sempre detto.  Quando ero bambina e tornavo a casa da scuola adoravo trovare il mio piatto di spaghetti spennellati di salsa e mio padre che mi chiedeva la fatidica domanda”come è andata oggi?” e da lì iniziava tutto. Gli raccontavo il mio mondo, facevo le imitazioni dei compagni, dei professori e mi dava consigli, rideva con me. Poi tornava a casa mia madre con il tramonto che cambiava i colori dei miei racconti.
All’età di venticinque anni desideravo ardentemente la mia autonomia ma ero Precaria e senza un’idea di come fare per pagare un affitto e mantenermi. Dopo varie ricerche sono riuscita a trovare una camera in affitto con altre ragazze, sconosciute che poi sono diventate delle amiche con cui ho condiviso un tetto e gran pastasciutte. La famiglia oggi è anche questo.
La precarietà ha iniziato ad essere una lettera scarlatta cucita sulla mia schiena. Mi sentivo male. Mi sentivo rifiutata dal mio ragazzo, non compresa dalla mia famiglia. Passavo da un lavoro all’altro e leggevo negli occhi degli altri il pregiudizio. “come mai non ti tengono?”. Mi sono sentita più volte rifiutare una convivenza con la persona che amavo. Lo so…lo so che io vivo nel mio modo dove i problemi sono altri. Che il mondo gira e io ballo al centro di questo caos, di questa musica psichedelica. Ma quello che chiedevo non era la dipendenza da me. E mentre lui si rifiutava di venire a vivere con me io passavo da una casa all’altra.
Così è stata la mia vita,fino ad ora. Sono passata da una casa all’altra con i miei genitori e poi successivamente da sola.  Staccavo e reimpiantavo le mie radici ,i miei ricordi di mattoni per trovare altri tetti che mi riparassero dalla pioggia. Come un ‘edera stanca. Traslochi, mobili rotti, vestiti persi, libri non più ritrovati. E qualcosa si perdeva sull’asfalto e lo piangevo come a lutto per poi andare avanti.
Non volevo un amore malato dove ci si trasforma in due stampelle l’una addosso all’altra. L’amore non è un contratto a tempo indeterminato. Perché se ti chiedo”vieni a vivere con me?” significa: Posso mettere i miei piedi freddi fra le tue gambe la sera? Posso dormire con il tuo maglione quando non ci sei? Facciamo l’amore sopra la lavatrice?.
Possiamo mantenere un po’ di tradizione se vuoi: baciami sulla nucca ed abbracciami mentre cucino,scaldami come sto scaldando queste verdure. Bruciamo la cena. E chisenefrega. Amiamoci.
Tempo di crisi globale, di coinquiline igieniste, di cene con gli amici. Ma tu una famiglia quando la metti su?. E mio padre e mia madre che mi dicevano il tempo passa… per te, per noi che vorremo fare anche i nonni,sai com’è! e preparare la pasta per i nipoti tornati da scuola. Per ascoltare altri racconti.Che i tuoi ora,sono pieni di paure.
Quanta angoscia quanta depressione, e umiliazioni nei vari posti di lavoro per strisciare e raccattare la mia autonomia,la mia indipendenza, la libertà. E anche raccattare un po’ d’amore. Per essere giusta per lui. E tentare di essere una persona ordinata,coordinata,la brava fidanzata, con il tempo indeterminato. Il pass per la felicità,per vivere insieme,per essere qualcosa di sicuro, concreto,che non porta problemi.
Poi una sera leggo Virginia Wolf,”Una donna se vuole scrivere , deve avere soldi e una stanza tutta per sé una stanza propria” (da: una stanza tutta per sé).
E ho sorriso perché non c’è niente di più eccitante di sentire di aver raggiunto un desiderio estremamente personale dopo tanti sacrifici e dispiaceri. Perché mi guardo intorno,nella mia casa e provo un piacere tutto mio. Dedicato a me stessa. Io non ho una stanza, io ho una casa intera cara Virginia, ho pensato!. Cinquanta mq contaminati di me. Dei miei piatti da lavare,dei miei libri, dei miei capelli sul lavandino. E cosa c’è di più eccitante se non essere serene nel proprio caos?. Nel mondo che ti crei tu. Come quando da bambini ci si costruisce un mondo dentro ad un altro mondo. Una casetta con le coperte e le sedie dove mettere dentro tutti i nostri giochi. Così piccola che gli adulti non possono entrare. E’ quel sano individualismo che ti fa sentire unico e speciale nel mondo. Che ti fa soffrire…  perché ti senti sbagliato rispetto alle pretese di questo mondo così autoritario. Così poco accogliente.

A me ribolle la carne a sentirmi vera. A sentirmi randagia. Anche se il prezzo è provare tante emozioni, anche la tristezza.
E a volte si, mi sento sola perché sono umana. A volte si,vorrei un po’ di solidarietà da chi mi reputa inferire solo perché non cerco qualcuno che riempia il mio utero,anche se c’è l’orologio biologico ,  per passare a status successivi. Che proprio mi tolgono energia questi sguardi che mi crocifiggono a vittima. Quando io mi sono appena liberata del fardello di essere ciò che non sono. E con tutto il rispetto, io non sono e non ho dentro ai geni lo spazzare per terra o l’accanimento per lucidare il piano cottura.
Per egoismo e per paura non voglio più rendere debole qualcuno o che qualcuno renda debole me. Togliendo spazio e pezzi di autonomia, pian piano per costruire un rapporto che, ho capito, essere sbagliato per quanto riguarda me e la mia esperienza.

Per la cultura del possesso ci passiamo tutti, ci sono passata pure io e a vivere in questo mondo guerrafondaio non è neanche tanto facile uscirne, decontaminarsi. Separare la gelosia che è un sentimento umano da quello che è vedere l’altr@ come qualcosa che ci appartiene e sul quale misurare il nostro egoismo,il nostro potere ,la nostra prepotenza.
Io amo scrivere. E passa in secondo piano preparare la cena,fare la spesa,pulire. Io mi amo e tutto passa in secondo piano. Pazienza se non sarò una brava donnina con la scopa in culo. Pazienza davvero. Che mi sento il corpo vivo di piacere, di passione,libido, idee che mi scorrono. E mica le idee vengono solo fredde e razionali dal cervello. A volte partono dal ventre,dalle ovaie, dalle mani, dalla lingua che assaggia altra pelle sconosciuta.
E forse quello che non è chiaro è che precari ormai lo siamo tutti. Che i tempi sono incerti, PER TUTTI. Sono tempi in cui ti condannano all’ incertezza in nome del progresso. E allora io mi  aggrappo a cose più indecenti tipo scrivere,amare. Conoscere persone,vite,tenere viva la mia curiosità. Mettere in discussione ciò che penso, aprirmi ad opinioni differenti,mondi differenti. Entrare dentro alla “casa dei giochi”di qualcun’ altro, dentro al cuore dove siamo rimasti bambini. Perché ci portiamo dentro solo ciò che amiamo di più al mondo. Pezzi di verità, io nella mia interezza, la libertà di esistere per come sono,per come vivo senza considerarmi sbagliata come donna. Cosa mi serve per poter scrivere?
Il mondo dentro agli occhi chiusa in una stanza tutta per me dove sento i miei odori,i miei colori. Dove a sentirmi ci sono solo io, un gatto nero e i muri ingialliti come le pagine di un libro che mi raccontano.

hallowgatto

P.S: Questa è un pezzo di storia vera di una strega precaria. Di questi tempi pure per volare con la scopa non è tanto semplice. Tirano pietre a destra e a manca. Ti fanno pagare pedaggi assurdi, C’è reato di clandestinità pure in cielo,mettono multe per ostentato femminismo libertario. Ma tu che voli come me, che sei precaria come me e hai la porcaggine inside come me, sai che non sei mai stata tanto bella,lucida,affascinante ,collegata al mondo come quando provi piacere per te stessa.

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