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Sono rientrata a casa da poco, è sera. L’autunno è appena iniziato e fuori c’è una temperatura molto rilassante, tiepida. Getto il foulard sul divano. A casa c’è il caos. Le mie scarpe col tacco sono lanciate sotto al tavolo. C’è una pila di piatti da lavare. Il gatto miagola disperato perché ha fame. Mi cambio, metto una tuta e guardo un po’ di televisione. Faccio zapping in cerca di qualche film interessante. Magari qualche film tragico, d’amore. Di quelli che ti fanno piangere. Ho voglia di piangere e invece non ne ho mai il tempo. Corro da una parte all’altra della mia vita e non ho il tempo di piangere. Ogni tanto mi sale il magone, sento il sapore della tristezza salirmi dal petto, arrampicarsi dentro di me e io rimando giù, ormai naturalmente.
Così mi sono detta che era il caso di raccontarla questa cosa che mi succede. Perché trattenere le emozioni è un gran dispendio di energie. E forse scrivendolo riesco anche a dare un nome a quel gomitolo che mi sale per la gola.
Mettendomi in ascolto con me stessa identifico dentro di me la nostalgia.
Non è nostalgia di qualcosa o qualcuno.
Ho passato molto tempo ad aver paura della solitudine essa ti mette davanti all’incertezza, all’oblio,al mistero, al bambino che c’è in te. Essa è diventata a poco a poco il mio respiro, il mio sangue, in un abbraccio. Il mio perfido amante. Un amante silenzioso, che non mi impone nulla se non i miei stessi limiti. Esso mi mette di fronte alle mie incertezze e non c’è appoggio sicuro, non c’è petto su cui rannicchiarsi, non c’è mano che stringa la mia.
La nostalgia che provo è una nostalgia particolare. Ho nostalgia del futuro. La nostalgia di ciò che potrebbe arrivare. La nostalgia è un sentimento molto potente e struggente. Io mi struggo nell’ ignoranza. Nel non sapere se esisterà per me un amore che non mi metterà catene, che non abbia paura della parità, della mia intelligenza, del mio saper stare in piedi. Della mia solitudine e della sua. Perché l’essere amati è molto piacevole ma a volte ci si aggrappa a quell’amore e ci si irrigidisce. Sono debole di fronte all’oblio, di fronte alla mia ignoranza e questo mi stimola. Stimola la mia curiosità, la mia immaginazione. Cosa succederà nella mia vita? Di quale spezia sarà condita?
Vorrei un tocco di curry, giallo come il sole d’agosto per bruciare la fronte e guardare ad oriente. Vorrei del peperoncino calabro per scottarmi la lingua e stuzzicare la passione. Scambiare calore umano e aromi.
Quando penso ad un bacio arrossisco e il calore divampa su tutto il viso, fino al petto. E’ una sensazione gradevole che mi fa girare la testa e mi fa sentire bambina, come se non avessi mai baciato, mai assaggiato delle labbra. Ed è un pensiero dolcissimo. Non è una questione di purezza, di verginità delle labbra che mi eccita. Perché la verità è che ogni bacio sarà sempre il primo ed unico. Come gesto artistico, pieno di colori e di sapori sempre nuovi.
Questa insostenibile leggerezza che è la libertà di immaginare è data dall’accogliere la solitudine che non erge muri ma ti apre nuovi scenari di fronte al mondo. Così mi passano attraverso tante emozioni compresa la tristezza perché sono un essere umano e sarò sempre sola nella mia individualità. E l’infinito bosco che ho dentro, contaminato da tanti altri esseri che ho incontrato nella mia vita non potrà mai essere luogo di conquista, ma di scoperta.
Mi sono liberata dell’armatura, non ho paura. Ho accettato il rischio di rimanere delusa da qualcuno e questo non mi impedisce più di non andare avanti, andare oltre, di dire addio. Perché danzare all’ombra della vita di altri non ti arricchisce ed è quella la vera solitudine, il tradire se stessi per rimanere nell’ombra. Per non rischiare. Sentirsi troppo vecchi per saltare un fosso, o raccogliere dei fiori. Per dire che ti mancano i baci sulle labbra. Sono debole e mi prendo il rischio di dire la verità, che l’unico gioco che vorrei fare è l’amore per la vita.
Piango sul mio divano a questa mia nudità, alla mia verità, all’insostenibile leggerezza della solitudine.

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