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L’infermiera sorrideva. Il mio viso era tutto sudato.

Là sotto c’era tutto sangue. Da lontano sentivo le sue grida libere.

Sono una ragazza disabile. Ma non sono in sedia a rotelle, cammino frettolosa e ricurva, con gli occhi che guardano per terra. Sono ritardata.

Sono schiva con le persone, dispenso sorrisi a bocca larga qua e là perché spesso non capisco cosa mi chiedono o cosa vogliono gli altri da me.

A casa mio padre è sempre arrabbiato. Mi chiama ritardata quando faccio male le cose. E’ così che ho capito che anche se cammino sono disabile lo stesso.

Ho un lavoro. Mio padre dice che sono fortunata a lavorare, dice che non potrei chiedere di più dalla vita. “Poveretta” ripete.

Nel centro ho degli amici, anche loro sono disabili ma camminano tutti, come me. Imballiamo cose dal forte odore di plastica o viti e bulloni. Chi non è bravo se ne va.

Bisogna essere veloci nel mio lavoro e io ho sempre paura di sbagliare, ho paura delle parole perché non so rispondere, non so difendermi. Allora succede che mi canto una canzoncina in testa o penso a qualcosa di bello, di colorato, come un gelato fragola e limone ma le persone si arrabbiano ancora di più, perché non le ascolto diventano tutte rosse e sputano.

È successo un giorno di maggio. Ho fatto l’amore con un ragazzo. Non so se mi è piaciuto. Non l’ho detto a nessuno perché mi vergognavo. Mia madre se ne è andata in cielo da un po’ di mesi e mio padre è sempre più arrabbiato e solo. E anche io sono sola.

Sono una ragazza disabile che cammina. Sono ritardata. Ho fatto l’amore e siccome nessuno parla con me e io ho tanta paura di sbagliare né io né nessun altro si è accorto che ero incinta. Mi vesto con i vestiti che trovo. Quando c’era mia madre mi raccoglieva i capelli e mi comprava magliette vivaci come i colori del gelato. Adesso metto quello che trovo perché sono pigra e a nessuno importa che io sia carina, neanche a me.

Quando si sono accorti che ero incinta non sono più andata a lavoro. Erano tutti tristi a casa, sconvolti.

Parlavano in salotto, i miei parenti, del ragazzo con cui ho fatto l’amore e dicevano che si è approfittato di me. Che io non sapevo niente di quelle cose li.   “Poveretta, poveretta sta cretina” ripeteva, mio padre. Poi piangeva e si arrabbiava. Mi sputava dalla rabbia mentre parlava.

Nessuno mi ha chiesto come è stato, se ero triste o se ero felice. Non sono più uscita. Mi hanno detto che avrei portato avanti la gravidanza perché dovevo imparare a prendermi le mie responsabilità.

C’era sangue sulle mie gambe lentigginose. Ho provato tanto male ma dispensavo sorrisi nel dolore, qua e là. Come ho sempre fatto, come mi hanno sempre insegnato. Di sorridere quando sentivo male.

 

Il bambino non me l’hanno fatto vedere. Ho sentito le sue grida forti, che fra un po’ spaccavano i muri dell’ospedale. Ho sentito quelle urla violente, egoiste, libere.

E ho pensato per un attimo che fossero le mie.

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PS:Ogni riferimento a cose, fatti e persone, è puramente causale.

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