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Mettevo la testa fuori dal finestrino e il vento mi scompigliava i capelli. Mi volavano in tutte le direzioni . frustavano delicatamente il mio viso mentre trattenevo il respiro tenendo gli occhi chiusi. Il naso si arricciava e le guance erano arrossate dai moscerini che si erano schiantati sulla mia pelle. Alla radio suonavano belle canzoni di vecchia musica leggera italiana, tipo nada o altro.
Mio padre e mia madre si tenevano la mano sul cambio della fiat bianca. “ma che freddo fa, se manchi tu.”

Mia madre smise di somministrarmi pastiglie di fluoro,perché in ucraina in un posto chiamato Cernobyl era esplosa la centrale nucleare. I pediatri si preoccupavano del fluoro dei bambini italiani. In ucraina i bambini invece cominciarono a nascere deformi e ad alcuni crebbero tumori grandi come pugni. Io, vivevo in campagna e mi dispiaceva molto non prendere più quelle deliziose pastiglie di fluoro.
Nelle brucianti giornate d’agosto della mia infanzia, mi cimentavo nella meticolosa ricerca di sassi bianchi. Le minuscole pietre focaie che raccoglievo erano un tesoro appagante; Sotto le coperte la notte, mentre tutto taceva , scintillavano sfregandole e c’era reale magia nella febbricitante emozione che provavo.
C’era Una macchia, come uno sputo marrone a forma di Sudamerica che parlava alla tv di nuvole radioattive.
Infanzia di pietre e infanzia senza fluoro. Mangiavo l’erba del prato.
I padri dei miei compagni di scuola si trovavano al parchetto per un paio di tiri a pallone e una sigaretta.Una volta seduti in panchina guardando il cielo stellato ridevano felici perché la squadra preferita era stata comprata da un nano.
Le mogli sudavano, piegate sul letto pregando ad occhi chiusi , con le tempie dure,tese per Giovanni Paolo II e per la redenzione di quell’attentatore. Avevano facce stupide e vestiti che mia madre non avrebbe mai messo. Il massimo del loro turbamento emotivo era la visione del film successo di quel anno di Tony scott.
alla mia cagna staccavo le zecche con le dita. Quella sorella dal pelo rosso me l’aveva insegnato:la libertà è un istinto primordiale.
Si scatenava una emancipazione, dentro di me e si presentava irrimediabilmente un muro bianco di fronte ai miei occhi. Bianco come i loro veli.
Il mio banco,dove mangiavo, era colorato di bambinesche tinte pastello.
Avevano occhi cinici e azzurri che guizzavano di riso fra l’ingordigia. Anche loro avevano facce stupide e doppi menti che soffocavano nella divisa.
Si accanivano su di me come se fossi io l’attentatore. Attentavo solo incoscienza.
il mio banco dai colori pastello era sempre li contro il muro della punizione.
Altre tuniche con altri occhi tentavano un maxiprocesso che iniziò quell’anno come due note suonate veloci,un fruscio fra gli alberi,parole al telegiornale… titoli nei quotidiani….e come due note stonate,lo stridio di gesso,le corde che si spezzano furono poi, le conseguenze in un ‘Italietta a cui tutto sfugge come agli occhi di una bambina di cinque anni.
Un paese magico fatto di nani,balerine,macchie nere… nebbie di omertà.

Io,Sono nata con i capelli castani che a cinque anni volavano fuori dal finestrino della fiat uno bianca. Mia madre sognava Bakunin mio padre suonava Mozart. Io rivoluzionavo il mio stato…………..aggrappata ad una silenziosa…..ma, intensa infanzia.

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PS:Ogni riferimento a cose, fatti e persone, è puramente causale.

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