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Ho scopato a destra e a manca. Ho goduto tantissimo nella mia vita. Mi sono liberata dei tanti tabù che mi opprimevano e ho dato sfogo alla fantasia. Mi sono scavata dentro, mi sono scoperta, ho provato tante posizioni, modi per farlo, ho dato e ricevuto piacere. Una volta l’ho fatto sull’asfalto di un marciapiede. Qualcuno l’ho amato, qualcun altro no. Mi pulsava la fica e basta.

Ho avuto relazioni più o meno lunghe, più o meno profonde. Il primo orgasmo l’ho avuto a 17 anni con un mio coetaneo.

Mi piace fare sesso, mi piace fare l’amore. Sono romantica.

Ho incontrato uomini che volevano imboccarmi, curarmi, cambiarmi, lavarmi che mi hanno minacciata, presa per il collo e per il culo. Mi hanno supplicato spesso di una cosa: “sii vittima”,” fai la vittima e ti perdono”, “fai quella che ha subito qualchecosa e ti perdono”.

UN PERDONO che non volevo e non voglio perché non ho niente di cui vergognarmi.

Ho passato anni della mia vita con la testa rivolta verso il piatto dove mangiavo in una famiglia patriarcale, dove avevo paura. In un omertà dal sapore di sale, come disinfettante per coprire la carne, le pulsioni, le emozioni.

Sono rimasta aggrappata alla gonna di mia madre per un po’ l’ho incolpata di ciò che ero, di ciò che facevo, le chiedevo amore, le imputavo tutto quello che non avevo avuto nella vita.  E lei era sempre lì invasa dai sensi di colpa pronta a tagliarsi un braccio per me, a sacrificarsi, a vendersi e ad accogliermi nei suoi abbracci materni. Poi ha iniziato ad essere stanca e io ero arrabbiata con lei.

Ho capito più tardi, molte cose. Ho capito anni dopo che la mia rabbia era assurda e che prima di essere madre, è una persona, con il suo giardino segreto, con la sua timidezza che a volte mi paralizza. Che avermi partorito non significa doversi prendere cura di me per sempre, che sto cazzo di “carne della mia carne” ha rotto, siamo liberi anche dai nostri vecchi e loro da noi. Nessuno è proprietà di nessuno. La proprietà sulle persone questo per me è malato ed innaturale, non una madre che desidera essere riconosciuta come persona.

Per molti anni ho pensato di essere una vittima e incarnavo il ruolo per sentirmi giustificata, perché non accettavo l’altro ruolo, quello di troia. Oggi non accetto né l’uno né l’altro. Non sono una vittima sono una persona molto emotiva, che adora conoscere sempre gente nuova, che quando vede uno che gli piace lo bacerebbe subito e non desidero dare significato o regole ai miei gesti, circoscriverli in qualche vocabolo per delineare dei recinti emozionali o sessuali.

Oggi mi sento vittima quando penso che sono precaria, che vorrei studiare ma i costi sono troppo elevati, che facendo straordinari imposti non ho mai tempo libero. Tempo per abbracciare me stessa. Mi sento vittima quando vorrei avere un figlio ma allo stesso tempo mi sento sola senza uno stato che mi dia gli strumenti per farlo se non attraverso la recita della donna “detentrice del focolare” in una famiglia alla mulino bianco. A me andrebbe bene anche crescermelo da sola. Io ho passato la vita con il viso sul piatto di pastasciutta alla faccia della figura paterna, alla faccia degli stereotipi sulla famiglia dualista. No, sono stufa delle baggianate che ci raccontano per crescere meglio, per essere persone migliori. Si è persone migliori quando inizi a credere nella tua libertà e in quella degli altri, nonostante il fatto che, illuminata quella parte della tua mente, inizi a soffrire come una cagna. Almeno lo è stato per me, mi sono sentita una cagna per i mantra che mi ripetevo da femminista borghese, per le giustificazioni infinite che mi sono data negando me stessa per vedere sulla faccia di amici e parenti sorrisi compiaciuti.  Un’ infezione. La mia dose di cura è aprirmi al mondo, scoprire nuovi modi di stare al mondo, godere delle piccole lotte e delle piccole conquiste libertarie che ci sono quotidianamente e mi fanno sentire meno sola. Sarò senza pedigree e me ne farò una ragione. Ma vuoi mettere a stare senza guinzaglio?.Immagine

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